Il gioco d’azzardo ed il rapporto con le Regioni italiane

feb - 25 2021 | By

Tanto per cambiare, e per essere in linea con gli atteggiamenti tenuti nel passato recente da altre Autorità, le imprese del mondo dei giochi sono assolutamente escluse da un’iniziativa molto intelligente, proficua e di alto sostegno studiata e messa in campo dalla Regione Lombardia: territorio che però, da sempre, si è schierato “contro” il gioco d’azzardo. Anzi, apertamente schierata nel contrasto al gioco problematico, diretta ed incontrovertibile conseguenza secondo i lombardi, della frequentazione del gioco offerto e proposto special modo dalle “macchinette mangiasoldi”, chiamando così in modo estremamente affettuoso le apparecchiature (legali) da intrattenimento che propongono, quelle lecite, l’offerta di gioco dello Stato. Regione Lombardia, comunque, sempre attenta alle esigenze delle sue industrie nei diversi settori che cerca di seguire con suggerimenti interessanti, ma sopratutto praticabili ed interessanti, come quelli contenuti nel bando “Safe working – Io riapro sicuro” che sta riscuotendo proseliti: se non fosse che dalle aziende destinatarie ed eventuali protagoniste di questo bando vengono escluse totalmente le sale da gioco, lotterie, scommesse.

Quasi inevitabilmente la storia si ripete ed il mondo del gioco, compresi i siti per giocare al casino con la carta di credito, non solo è stato escluso quasi totalmente dalle risorse istituzionali emesse a favore delle industrie del nostro Paese, in tutti i settori, dai crediti “gentilmente offerti” dalle Banche e destinati sempre alle aziende in difficoltà in conseguenza della pandemìa, ma viene anche estromesso in modo chiaro ed inequivocabile anche da questo bando lombardo che sottopone un aiuto economico alle aziende che in questo periodo emergenziale si trovano in difficoltà nel tenere aperti i battenti. “Safe working – Io riapro sicuro” appare un’iniziativa oltre modo lodevole ad opera dell’Assessorato allo Sviluppo Economico della Regione Lombardia, portata a termine in collaborazione con il sistema camerale lombardo, che annovera come diretto responsabile del procedimento Unioncamere e comporta un investimento totale di circa 16 milioni di euro.

I destinatari di questa iniziativa sono tutte le piccole imprese che hanno dovuto sospendere la propria attività dai provvedimenti a seguito dell’emergenza sanitaria e che si trovano in difficoltà nella ripartenza, dato che i protocolli per poter riaprire i battenti sono a volte complicati e, comunque, costosi. E non solo: bisognerebbe anche considerare che potrebbe verificarsi, pur rischiando economicamente risorse per adeguare le attività alla nuova apertura, che tali risorse potrebbero non ottenere un ritorno economico, considerato che l’economia stenta a riprendere il suo ciclo normale. C’è ancora tanta incertezza, anche a livello sanitario purtroppo: la rinascita dei contagi ed il timore in tante persone nel circolare e riconquistare la “vecchia” quotidianità nonché la perplessità nell’affrontare il nuovo modo di vivere, senza dubbio condizionato dalle varie precauzioni suggerite dagli esperti, che stanno cambiando la vita di tutta la popolazione, ma che dovrebbero essere adottate a salvaguardia della salute di tutti.

Ma, in pratica, in cosa consiste questa iniziativa lombarda? La Regione Lombardia preso atto della situazione di crisi che quasi tutte le piccole imprese stanno affrontando, ha stanziato risorse a fondo perduto fino al 60% delle spese da sostenere per la riapertura relative alle piccole imprese: la percentuale sale al 70% per le micro imprese sino ad un massimo di 25 mila euro ed il costo per poter accedere al contributo è di 1.300 euro. Il numero delle domande ammesse e finanziate è di circa 635 per un totale di quasi 2,5 milioni di euro suddivisi per i vari territori: Bergamo, Brescia, Como, Lecco, Cremona, Mantova, Milano, Monza-Brianza, Lodi, Pavia, Sondrio e Varese. L’intendimento di questo provvedimento è quello di sostenere tutta la rete industriale della Regione Lombardia, comprendendo tra gli altri il settore della moda, le strutture alberghiere e ricettive, le attività di intrattenimento, artistiche, le sale per i concerti. Le spese ammissibili previste nel bando “Safe working – Io riapro sicuro” sono quelle riguardanti macchinari per la sanificazione e disinfezione delle aziende, apparecchi per la purificazione dell’aria, interventi strutturali per il distanziamento sociale.

Le strutture temporanee ed arredi finalizzati appunto per il distanziamento sociale, sia all’interno che all’esterno dei locali delle attività, nonché l’acquisto di termo-scanner, strumenti ed attrezzature per l’igiene della clientela ed, ovviamente, l’acquisto di mascherine, guanti ed occhiali. Ma, come detto all’inizio, tutte le attività di gioco sono anche qui purtroppo escluse e dovranno arrangiarsi da sè, oppure non riaprire e licenziare i propri dipendenti, anche se questo sembra un atteggiamento veramente discriminatorio al quale, però, il mondo del gioco è abituato. Indubbiamente, si offre una grande opportunità per le imprese lombarde: si sta anche cercando di rendere ancora più accessibile l’adesione all’iniziativa in modo che il numero delle aziende che ne potranno usufruire possa aumentare prima che il bando si chiuda. Così si vorrebbe consentire alla maggior parte degli imprenditori di riprendere le proprie attività sul territorio in piena sicurezza ed aderendo ai protocolli richiesti dalle istituzioni con un contributo tangibile da parte del sistema camerale lombardo.

Non si può fare a meno di sottolineare, però, che se il provvedimento emesso dalla Regione Lombardia da un lato è assolutamente apprezzabile e bisogna riconoscerne la positività, dall’altro non ci si può esimere dal considerare quanto sia deprimente per tutta la filiera del gioco rendersi conto di essere stata “praticamente esclusa” da qualsiasi sostegno regionale: e pensare che il gioco pubblico, nel frangente emergenziale, ha cercato di fare “tutto da solo”, riaprire le proprie attività con le risorse personali e, sopratutto, ove sia stato possibile non ha licenziato i propri lavoratori. E di certo non con l’aiuto dello Stato centrale che, invece, dovrebbe tenere bene in conto il lavoro che è un diritto che ogni cittadino dovrebbe vedere difeso. Difesa che non è stata senza dubbio sostenuta, almeno nella maggior parte dei casi, dalle risorse istituzionali, visto che c’è ancora qualcuno che aspetta la cassa integrazione dal mese di marzo scorso e che se non avesse avuto il proprio titolare che ha “pagato lo stipendio di tasca sua” non avrebbe potuto provvedere al mantenimento della propria famiglia. Ed in quel caso dove si colloca la Regione o lo Stato centrale? Sono lavoratori che forse stati ospitati a casa delle istituzioni?

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